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Tribali polinesiani, un tatuatore genovese tra i 10 big d’Europa

IL SECOLOXIX

Genova – Un tatuaggio come manifesto antropologico per difendere, rappresentandole sul proprio corpo, le antiche culture del mondo: è la filosofia di vita, e di lavoro, di Raniero Reale alias Patutiki, tatuatore genovese classe 1971. Conosciuto e stimato in Italia, è uno dei dieci, in Europa, specializzati in tribali polinesiani e, coronavirus permettendo, lavora regolarmente anche in Germania.

I primissimi esperimenti con aghi e inchiostro risalgono all’inizio degli anni Novanta, addirittura in caserma: «Facevo il militare in marina e i commilitoni mi chiedevano di tatuarli. All’epoca andavano delfini, tribali, farfalle». Aghi da cucito legati insieme artigianalmente e imbevuti di colore, fino all’arrivo delle prime macchinette: «A Genova solo Marco Fierinu, che era professore al Klee, ne aveva una».

Nonostante la disapprovazione paterna, attraverso i tattoo Raniero scopre un mondo – non solo metaforico: «Alle convention ho conosciuto tatuatori francesi provenienti dalla Polinesia, mi hanno fatto scoprire stili e simboli che mi hanno subito affascinato. Ho iniziato a studiare l’inglese per poter leggere i testi specializzati, molti dei quali ormai rarissimi». Manuali di antropologia, scritti da esploratori e studiosi europei che hanno avuto un ruolo decisivo nella riscoperta e valorizzazione delle culture primitive di questi arcipelaghi.

«Il mio nome d’arte, Patutiki, significa tatuaggio nelle Isole Marchesi, mentre dalla parola tatau deriva l’inglese tattoo – spiega Reale sfogliando una copia della sua “bibbia”, raro volume in francese che raccoglie i simboli tradizionali del triangolo polinesiano (Nuova Zelanda, Isola di Pasqua, Hawaii) – Ho scoperto popolazioni diverse ma accomunate da un forte senso di comunità, con un’organizzazione sociale verticistica ma fondata sul rispetto della natura, a partire dall’acqua da cui tutti dipendiamo. Culture che appaiono molto diverse da noi ma, in fondo, con valori simili a quelli del nostro passato».

Culture in cui il tatuaggio, lungi dal rappresentare un mero abbellimento estetico o una moda, è un segno indelebile che marchia ciascun passaggio esistenziale. Storicamente erano gli esponenti delle classi sociali più elevate – uomini e donne, guerrieri e sacerdotesse – a ricoprirsi di linee geometriche, simboli di forza o del superamento degli ostacoli, figure del mondo animale come la tartaruga o la manta, divinità sacre. I denti di pescecane, invece, erano scelti dai pescatori come talismano di protezione.

A Staglieno, Reale apre il primo dei tanti studi che hanno marcato le tappe della sua trentennale carriera, specializzandosi e rifuggendo dalle convenzioni che, anche nel mondo dei tattoo, si vanno affermando: «Replicare all’infinito i flash su di un book non mi piaceva. In Polinesia ogni persona ha un tatuaggio unico, un disegno che è spesso improvvisato sul momento».

Dopo la scoperta dei tribali asiatici, Raniero diventa Patutiki e, come i “tahuna” delle Isole Marchesi, trova la sua via orientale a Genova, oggi presso lo studio Ink’n’Roll in via Giacometti: «Chi viene da me sa che ritengo importante, oltre all’aspetto decorativo, trasmettere il senso del tatuaggio. L’arte è universale e poi il significato legato a questi simboli lo possiamo ritrovare nella nostra vita».

I suoi clienti hanno tra i 30 e i 60 anni, sono soprattutto uomini ma anche donne («le preferisco perché sopportano meglio il dolore»), manager, infermiere e calciatori come Angelo Palombo: «Adesso va molto il tatuaggio samoano, molto decorativo. A Samoa la tradizione non si è mai interrotta, nonostante l’influenza del colonialismo. Ci consentono di tatuare il loro stile, purché i simboli non siano mai identici».

Su richiesta, estrae da una scatolina di legno le bacchette del Borneo per lavorare a mano, secondo l’antica tecnica appresa dal tahitiano Tualiki: «E’ più costoso, perché richiede il doppio del tempo e ci vuole abilità, ma è più soft della macchinetta». Dopo aver lavorato a lungo in Svizzera, da sei anni fa base in Baviera dove collabora con lo studio di una collega tedesca: «In Germania si lavora bene, i clienti sono più interessati all’aspetto culturale e la mia specialità è molto richiesta». Ma il richiamo della famiglia lo riporta sempre a Genova, dove lo attendono una moglie e due figlie di 18 e 13 anni.

FONTE: https://www.ilsecoloxix.it/

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